Al di là della Terra – Racconto (1^ parte)

E’ da tempo che ci sto lavorando su e finalmente mi sono deciso a mettere online il mio prossimo racconto. Il racconto non è ancora finito e praticamente lo pubblicherò man mano che lo scrivo (magari mi porto un po’ avanti per effettuare almeno una correzione base). Sicuramente quello che verrà pubblicato non sarà la versione definitiva, poiché al termine apporterò sicuramente delle migliorie e delle correzioni, quindi quello che leggerete su questo blog sarà una versione rozza, ma la storia c’è tutta.

Il racconto s’intitola “Al di là della terra“, giocando un po’ sul doppio significato. Sta volta si tratta di una storia di fantascienza e mi auguro che vi appassionerà.

Buona lettura.

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Joy lo sapeva da tempo che sarebbe andata a finire così. Lo sapeva proprio, o meglio, se lo sentiva. Del resto quella strada non gli era mai piaciuta. Figurarsi poi proprio quella sera con la pioggia dei giorni passati. Lui certamente non era uno stinco di santo al volante, ma da quelle parti stava sempre attento. Ma sta volta a quanto sembrava non lo era stato a sufficienza ed ora temeva che laggiù, parecchio distante dalla strada, sarebbe passato diverso tempo prima che qualcuno si accorgesse di lui. Forse troppo tempo.

 

Non riusciva proprio a muoversi, neanche per vedere cosa lo bloccava, o forse era meglio così pensava, perché temeva che lo spettacolo sarebbe stato troppo impressionante per lui. Non era certo un tipo coraggioso quando si parlava di sangue.

Gli vennero in mente le lezioni di pronto soccorso a cui partecipò un paio di anni prima. Gli venne in mente l’insegnante soffermarsi su raccapriccianti situazioni, forse necessarie per la spiegazione, ma troppo forti per lui che iniziava puntualmente a toccarsi il corpo nella zona che descriveva, perché gli sembrava gli facesse male. Sapeva benissimo che non era reale, ma era una cosa a cui non poteva sottrarsi.

Ripresosi da quei pensieri e pensando che stare lì senza far nulla aspettando i soccorsi o forse la morte, non era certo la cosa migliore. Se c’era una cosa di cui andava fiero era la sua ostinazione, il suo non arrendersi mai. Allora provò lentamente con la mano sinistra a prendere il suo cellulare. Il dolore era piuttosto atroce, ma certamente lo fermò.

Tirò fuori il telefono dal taschino del suo giubbotto e con grande sforzo aprì lo sportelletto. A malincuore vide che non dava segni di vita, provo allora a riaccenderlo tenendo premuto il pulsante di accensione. Lo tenne premuto così a lungo, senza che questo si accendesse, finché il cellulare non gli scivolò dalle mani. Solo allora si accorse che aveva la mano sporca di sangue.

Solo a quel punto arrivò lo sconforto.

Un po’ per le lacrime, un po’ per la debolezza che iniziava a farsi sentire, la vista, ma anche la mente, gli si annebbiò.

Fissò il cellulare caduto poco distante finché nella sua mente s’immaginò il suono di segnale occupato dei telefoni fissi.

Un “tu, tu, tu” rapido che gli ricordava il suono di quelle apparecchiature mediche viste nei film. Il suono tipico di quando un personaggio sta per morire.

“Tu tu tu”, sentiva ancora, all’infinito. Finché il suono si fece sempre più debole ed infine, quando lui chiuse gli occhi stremato, sparì.

 

Poi il silenzio.

 

Qualche minuto o forse solo pochi istanti di silenzio assoluto. Si udiva soltanto il frusciare delle foglie disturbate dal vento.

Sapeva che era ancora in quel dirupo, ma quando aprì gli occhi improvvisamente sentì come uno strattone tirarlo in avanti. Poi, fu spinto in alto e risucchiato come in turbine di aria, ma non era ne fredda, ne calda, anzi era come se non ci fosse. Forse non era neanche il vento.

Man mano che si alzava dal suolo, e non riusciva a capacitarsi come aveva fatto ad uscire dai rottami dell’auto, in questo turbine iniziò a vedere dei lampi, delle luci.

“Ecco” pensò ironicamente “sono in coma e sto andando verso il tunnel”.

Ma in fondo la cosa non lo fece divertire granché.

Questa specie di tunnel di luci lo stava trascinando via sempre più velocemente. Lo stava lanciando verso il cielo e le sue stelle, senza però abbandonarlo, anzi lo sentiva più come un confortevole guscio.

Con le gambe verso l’alto e il capo in basso, provò a lanciare uno sguardo a terra prima che questa fosse troppo lontana e volgendo indietro la testa vide la boscaglia sotto di lui e la sua auto. Poi vide qualcosa che lo scioccò profondamente. Forse era solo una visione, o un sogno, ma vedere il suo corpo ancora lì, vedersi al di fuori di se stesso, gli fece uno strano effetto.

Abbandonò il capo e il resto del corpo a se stesso ed ad una velocità sempre crescente lasciò che venisse risucchiato da quest’irreale forza.

Passò forse qualche ora, non sapeva bene quanto, in uno stato di semi incoscienza, a vagare tra le stelle. Passò vicino a grandi pianeti e bagliori e pensò come questa visione fosse così reale, tanto che gli sembrava quasi di poter toccare con le mani i pianeti che vedeva passare. Tra l’altro notò che il suo corpo era in perfetto stato, non aveva nessuna ferita e la sua mano sinistra non era più sporca di sangue. Notò anche che era nudo, ma stranamente in quell’abisso stellato non sentiva freddo.

Ma del resto era solo un sogno, si ricordò.

 

Poco più tardi notò, quasi ripresosi, che il turbine si stava dirigendo su un pianeta in particolare. Tra tutti i pianeti che aveva visto fino a poco fa, questo non gli sembrava poi così accogliente, infatti più si avvicinava più notava lingue di fuoco levarsi dal pianeta, fumo, chiazze scure, pensando forse ad un’elevata attività vulcanica.

“Potevo sognarmi un pianeta migliore” penso a voce alta.

Pensò anche che a quella velocità probabilmente si sarebbe schiantato al suolo.

Ormai cominciava a distinguere le montagne, gli alberi, anche delle abitazioni, delle città, degli ammassi di non-sapeva-ancora-bene-cosa. Ma più di tutto continuava a preoccupargli l’atterraggio. Per quanto fosse un sogno, non sarebbe stato certamente piacevole. Probabilmente si sarebbe svegliato tutto sudato ed urlante.

Beh tutto sommato almeno si sarebbe svegliato.

A qualche centinaio di metri da terra, la corsa rallentò vistosamente, per sua buona pace e quasi al suolo, il turbine si fermò e lo avvolse in una sfera, illuminata al suo interno.

Joy ebbe una strana sensazione ed iniziò a sentire freddo ed anche un po’ di dolore. Sempre più dolore. Poi perse di nuovo conoscenza.

 

 

“Via, via, via” Sentì, non riuscendo ad aprire gli occhi.

“Lassù, sulla collina. Prestooo”.

Non riusciva a capire cosa stesse succedendo e chi erano quelle persone. Forse i soccorsi? Ma scartò subito l’idea. Dalle voci che sentiva, sembravano troppo agitati, sembravano più dei concitati ordini militari. Ma che centravano i militari col suo incidente?

“Beh poco male” pensò, “basta che mi salvano”.

Però…

Però era strano, riusciva a muovere il braccio destro. Si toccò sullo stomaco e non sentiva nessun dolore.

Un po’ a fatica, come se si fosse alzato la mattina presto, dopo una sbronza colossale, aprì gli occhi. Una prima volta. Poi li richiuse.

Li riaprì, sta volta con l’intenzione di tenerli aperti.

Non fece però in tempo a spalancarli che si sentì prendere prima per un braccio, poi per l’altro e trascinare via.

“Sta calmo” gli dissero.

“Non ti agitare, andrà tutto bene. Ti portiamo al sicuro”.

“Fermiiiii” una voce da lontano. E i due tizi si fermarono all’istante.

Poi Joy sentì una sorta di fischio farsi sempre più forte e poco più avanti vide prima una sfera di luce e poi il terreno saltare per aria, scagliando zolle di terra ovunque.

Un po’ per la paura, un po’ per cercare di capire cosa stesse succedendo, cercò di sollevarsi e piantare per bene i piedi a terra.

Sentiva che non era un sogno. Lo sentiva anche dal dolore che i due gli facevano sotto al braccio nudo per sostenerlo.

“Vieni” gli dissero trascinandolo con forza ed aggirando il solco appena creato.

I due avevano una corsa così assennata che Joy spesso non riusciva a tenere il passo e perdeva la stabilità col suolo anche perché spesso si distraeva guardandosi attorno e cercando di capire cosa stesse succedendo.

“Chi ci attacca?” chiese ai due. “Uno gli rispose schietto “I Ghnouk”.

“Chiii?” pensò, “Cos’è? Una nuova nazione?”, ma non glielo chiese anche perché poco dopo dei colpi d’arma li raggiunsero. Schivarono i primi facilmente ma una volta che il nemico assestò il tirò fu un vero azzardo mettersi in salvo.

Uno dei due soccorritori lasciò la presa ed imbracciò il fucile. Forse il tizio ora armato aveva fatto un gesto al suo collega, ma Joy talmente stordito e confuso non lo vide. Riuscì giusto a girare la testa qua e là come uno di quei vecchi cagnolini da automobile.

Joy e l’altro trovarono presto rifugio tra i detriti di quella che sembrava un’abitazione demolita, mentre l’altro iniziò a sparare in direzione del nemico. Chiunque fosse.

Un colpo nemico colpì l’uomo ad una gamba e subito cadde.

“Arrivooo”, sentì urlare Joy alle sue spalle e gli sembrava la voce che aveva sentito poco prima dare gli ordini ai suoi due soccorritori.

L’uomo si sporse dal loro riparo, poggiò un ginocchio a terra e iniziò a fare fuoco. “Accidenti” esclamò e cambiò modalità di fuoco, iniziando a lanciare dalla sua arma ora una sorta di mini granate. “Carl, prendilooo” disse all’altro uomo che lasciò il braccio di Joy.

Il nudo ragazzo ebbe un senso di solitudine ed insicurezza, visto che quella stretta, per quanto male gli facesse, gli dava tuttavia un senso di protezione.

Vide poi il suo protettore prendere per il braccio il suo collega a terra e trascinarlo al riparo mentre quello che doveva essere il capo continuava a far fuoco.

Joy superato in parte lo shock, s’inginocchiò anche lui ed afferrò l’uomo ferito per l’altro braccio ed aiutò a metterlo al riparo. “Grazie” disse il suo soccorritore e subito si affrettò ad impugnare l’arma per affiancarsi all’altro uomo.

Joy cercò di rendersi utile provando a prendere l’arma dell’uomo ferito, ma subito il capo della squadra, gli consigliò di non farlo.

“Lascia fare a noi. Poi è soltanto uno. Dovremmo farcela”. Quel ‘dovremmo’ non era stato molto consolante tuttavia l’uomo sembrava così sicuro che Joy si fidò delle sue parole.

Ancora qualche secondo di fuoco sul nemico e poi i due cessarono di sparare.

“Siamo stati fortunati che era soltanto uno e che non era un Ghnouk”, disse il capo. “Già” rispose il suo compagno.

 

Anche se piuttosto confuso Joy rimase subito sorpreso da quelle parole e subito pensò tra se e se che allora non c’erano solo questi Ghnouk. Ma forse la cosa peggiore era che uno solo di questi teneva testa a 3 soldati armati fino ai denti.

Giusto il tempo di prendere fiato che si udì un urlo poco distante che fece gelare il ragazzo. Il grido proveniva dal corpo del nemico. Il capo del gruppo si affacciò nuovamente e lo terminò con una mini granata estratta dalla cintura.

Joy fece per affacciarsi anche lui e subito l’uomo lo riprese, “Non è una cosa bella da vedere” e con il braccio lo respinse delicatamente indietro.

“Su andiamo” continuò e prendendo sulle spalle l’uomo ferito “Non vorrei che ce ne fosse un altro”.

A quelle parole il ragazzo non dubitò sul fatto che era meglio andare via da lì.

 

Camminarono per un paio di chilometri prima d’iniziare a vedere i primi edifici ancora intatti.

“Bene siamo quasi arrivati” disse il capo. “Ah, io mi chiamo Jackson” disse rivolgendosi al ragazzo. “Lui è Carl” e fece un gesto con la testa, indicando l’altro soldato. “E lui..” facendo un gesto con la spalla per indicare l’uomo ferito “Beh, lui è … svenuto” e i tre fecero un accenno di risata.

“Io sono Joy” disse il ragazzo mentre si strofinava le braccia per il freddo.

“Benvenuto Joy” disse Jackson “Se benvenuto si può dire”, poi lo guardò tremolante dal freddo e subito lo rassicurò “Non preoccuparti, appena arrivati ti diamo subito dei vestiti” e Joy fece un cenno di consenso con la testa. “Purtroppo non abbiamo nessun suitpack con noi, non eravamo in missione di recupero. Abbi pazienza, sei stato comunque molto fortunato che ti abbiamo trovato”.

Joy che non aveva capito molto di quello che aveva detto, era comunque d’accordo sul fatto che aveva avuto una gran fortuna ed anche per questo gli annuì di nuovo.

“Tra poco ti spiegheremo cos’è questo posto e cosa sta succedendo” gli disse Carl “Aspetta di arrivare all’avamposto”.

“Bene” rispose il ragazzo. Finalmente qualcuno gli avrebbe spiegato cosa stava succedendo e si rincuorò del fatto che forse c’era la speranza che non era diventato pazzo.

 

Alla fine di un lungo corridoio di detriti, che aveva l’aria di essere una volta una strada ben più bella e popolata, Joy riusciva a vedere i resti di grandi vasi che l’adornavano e curiose architetture che immaginava rendessero piuttosto piacevole passare di lì in altri tempi.

In fondo a quella strada c’era una piccola entrata con due soldati a guardia e più in alto un paio di torrette con altrettanti soldati.

I due a guardia e i due salvatori di Joy si salutarono al passaggio e poco dopo aver superato l’entrata, il ragazzo sentì una delle due guardia parlare alla sua radio e chiedere un suitpack NAS 3 e una barella all’uscita 4.

Poco dopo infatti, due soldati gli vennero incontro con una barella pronti a caricare il ferito ed a portarlo in infermeria. Intanto arrivò un altro uomo in divisa che si rivolse a Joy. “Prendi e tieni premuto qui” disse al ragazzo porgendogli una sorta di tavoletta semirigida. Premette qualche secondo sul pulsante rosso che gli aveva indicato e poco dopo il pacchetto si sbrogliò rivelandone il contenuto. Era del vestiario. Una sorta di vestito di colore azzurro.

Nello spiegasi dalla sua forma compatta e leggera il tessuto prendeva sempre più consistenza e si andava sempre più identificando con una sorta di divisa. Era davvero completo, conteneva anche degli slip dei calzini e persino, se pur piuttosto leggere, anche un paio di scarpe.

Jackson gli disse s’indossarlo e lui non se lo fece ripetere due volte.

Mentre il ragazzo si vestiva notava come fosse sofisticato questo suitpack e come avesse una tecnologia più avanzata rispetto a quella che lui conosceva.

“Wow” disse appena averlo indossato completamente “davvero comodo e caldo”.

“Bene” disse Jackson “Ora accomodati laggiù in quella sala, lì ti verranno date le tutte le informazioni necessarie”. Poi stringendogli la mano “Noi ci salutiamo qui. Buona fortuna”.

“Grazie” gli rispose Joy un po’ impacciato “Grazie di tutto” ribadì.

Una Risposta to “Al di là della Terra – Racconto (1^ parte)”

  1. Sonny Says:

    Ma te hai il permesso di rompermi le scatole😄 lo sa che l’occupato lo tengo solo per nn sentire i rumori… quando ci sei contattami subito, che nn ci sentiamo da una vita!!!!!

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