Al di là della Terra – Racconto (4^ parte)

 

Nei giorni che trascorsero, alternò la lettura in biblioteca con informazioni ottenute sbirciando in qualche corso, ma soprattutto preferì informandosi dal vivo dai residenti.
Girò liberamente per la cittadella, osservò parecchio in silenzio, notando sempre un elevato stato di organizzazione e solidarietà, soprattutto verso i nuovi arrivati. Ma non era pietà, era vera solidarietà umana, come non aveva mai visto sulla Terra. C’era sempre piena disponibilità da parte di quelli che lui considerava i ‘veterani’, verso i novellini come lui.
Spesso aveva attaccato bottone con qualcuno per cercare di tirargli fuori qualche scomoda verità, ma non riuscì a farsene dire neanche una. O tutti erano molto bravi a mentire oppure davvero non ce n’erano.

Era tutto troppo perfetto, non era possibile, non aveva mai visto gli esseri umani comportasi così. Gli uomini erano egoisti, oppressori, prepotenti, corrotti. Non ne aveva mai visto uno agire disinteressatamente.
Ma qui non era così. Temeva gli avessero fatto il lavaggio del cervello. E forse prima o poi sarebbe toccato anche a lui.

Passò diversi giorni ad informarsi e a chiedere ma non trovò nessuna falla nel sistema. Nemmeno chi aveva la lingua lunga disse qualcosa di male.

Il nono giorno si concesse un po’ di svago per ammirare il verde dei dintorni, si spinse sino al perimetro della cittadella, senza però perdere di vista il personale militare che già un paio di volte l’aveva avvisato di non superare il confine e di stare comunque molto attento.
Gli fu fornita anche un’arma, una pistola ad impulsi elettrici a basso voltaggio, utile per lo più per stordire eventuali animali selvatici che si fossero spinti in città in cerca di cibo o spaventati dalle battaglie. Rifiutò un fucile d’assalto considerato per lui un po’ troppo esagerato per una semplice passeggiata. Era stato comunque avvisato che con la pistola non avrebbe avuto scampo se avesse incontrato il nemico.
A sentir parlare di questi Ghnouk gli si stringeva sempre un po’ la gola, soprattutto dopo aver visto alcuni filmati da un corso in cui si era imbucato.
Non era solo il loro aspetto a spaventarlo, ne la gran quantità di razze assoggettate, ognuna delle quali peraltro utilizzata per le diverse specializzazioni.
Gli stessi Ghnouk avevano aspetto e caratteristiche differenti in base alla classe. Su tutti gli rimasero impressi soprattutto i soldati, con vari gradi di abilità e capacità e le ‘madri’ spaventosamente enormi ed ancora più spaventose per le loro abilità intrinseche, infatti queste hanno la capacità di assimilare altri esseri nel loro corpo, composto per lo più da una grande bolla organica presente sul retro, in cui vengono riposti i nemici catturati. Le menti dei poveri prigionieri vengono così lentamente assorbite in modo da riuscire ad ottenere nuove informazioni.

La cosa che lo più lo spaventava però era la loro crudeltà, la loro forza e l’elevata resistenza fisica.
Ma questi pensieri stavano rovinandogli quella che doveva essere una tranquilla passeggiata anche se era impossibile non avere brutti pensieri visti i continui colpi di armi da fuoco che si sentivano in lontananza. E poi urla e lamenti ed esplosioni. Insomma c’erano tutti gli ingredienti per farsi prendere un colpo al cuore.
Parecchi erano inoltre gli animali che fuggendo a questa barbarie si spingevano fino alla città. La preoccupazione dei soldati era quindi fondata, ma fortunatamente per lui non incontrò animali pericolosi di grossa stazza. Anche se per quel che ne poteva sapere di queste razze animali, qualcuna di quelle di piccole dimensioni poteva anche essere molto pericolosa.
Spinto dalla curiosità di queste nuove specie, soprattutto per quelle piccole e pelose che davano l’impressione di essere più tranquille, ma anche per la curiosa vegetazione che lo circondava, si accorse un po’ tardi di essersi allontanato forse un po’ troppo da perimetro.
Tutto sommato la situazione appariva ora più tranquilla e nelle immediate vicinanze non si sentivano più i rumori della guerra.
Mentre pensava che comunque era il caso di ritornare sui suoi passi, sentì un lamento.
Pensò ad un animale ferito. Forse un bel animale sostanzioso, vista la gravezza del suono che emetteva.
Magari qualcuno alla base poteva curarlo, tuttavia prima era bene vedere di che animale si trattasse.
Spostò qualche ramo da basso e si avvicinò al lamento fino a scorgere l’aspetto di un corpo umano o quantomeno umanoide.
Si spaventò nel vederlo e fece un balzo indietro poiché era coperto di sangue e foglie ed il volto non era visibile. Inizialmente pensò potesse essere un nemico, ma la sua fattezza non fece pensare a nessuno dell’esercito dei Ghnouk che aveva visto nei filmati.
Gli spostò la testa semi sepolta dall’erba e riconobbe un martoriato volto umano. Poi riconobbe, tra sangue e fango gli abiti, uguali a quelli dell’esercito umano.
L’uomo emise dei mugolii e cercò di indicare verso il bosco.
Era un po’ difficile capire quello che volesse dire. Forse che veniva dal bosco o forse che…
Joy s’interruppe al secondo pensiero poiché ne ebbe subito la conferma. In effetti l’uomo era inseguito.
Un piccolo essere che sembrava metallico, avanzava con passo cauto, forse perché aveva visto lui.
Se solo avesse saputo che Joy non era un guerriero, il nemico avrebbe subito assalito e terminato i due.
Joy in preda al panico estrasse confusamente la sua arma. Si assicurò tremante di avere il piccolo essere nel mirino poi mentre si preparava a far fuoco, la sua attenzione venne richiamata dal soldato ferito che gli toccò la gamba e poi toccò con grande sforzo il fucile che indossava.
“In effetti” disse  Joy inarcando il sopracciglio sinistro, “penso sia molto meglio di questo scaccia cani”.
Si chinò per sfilarlo all’uomo che cercava  invano di dargli una mano, ma nella poca delicatezza dei due Joy diede una corposa strattonata con la cinghia dell’arma alla testa del soldato che strinse gli occhi, la bocca e chissà cos’altro.
“Ooops” disse Joy che non continuò con altre scuse visto che non si era certamente dimenticato del nemico che avanzava nascondendosi appena tra gli alberi.
Impugnò saldamente l’arma e fortunatamente già sapeva come funzionava visto che era la stessa dei suoi primi soccorritori. Non che ci volesse una laurea per utilizzarla, ma dato che non aveva mai impugnato un’arma in vita sua era meglio di niente. Sapeva anche come cambiare modalità di fuoco ed infatti lo fece subito. Visto che non aveva assolutamente idea delle sue capacità con un’arma e soprattutto se avrebbe avuto una buona mira, impostò subito la modalità di fuoco sulle mini granate.
“Male che va,” pensò “se lo manco di poco l’esplosione lo prenderà comunque”.
Fece fuoco e lo mancò, neanche di poco, ma la colpa non fu la sua, infatti l’esserino metallico si mosse così velocemente che per capirci qualcosa a Joy sarebbe servito il replay.
Il nemico minacciato dall’attacco iniziò a lunghi passi ad avvicinarsi ai due ed ormai era così vicino che se Joy l’avesse colpito con un altra granata sarebbero saltati tutti e tre in aria. Fortunatamente il ragazzo cambiò prontamente il fuoco dell’arma reimpostandola sui proiettili. Ed iniziò a sparare all’impazzata.
Ancora fortunatamente, almeno la metà dei proiettili colpì il nemico che fu prima sbilanciato e poi cadde a terra e qui Joy lo finì svuotando quasi tutto il caricatore.
Tra i flash delle scintille che uscivano dal corpo a pezzi del piccolo robot, Joy ancora più tremolante si affrettò a cercare di tirar su il soldato e ad allontanarsi da lì.
Il ragazzo cercò di avviarsi verso la cittadella al passo più sostenuto che poté ma il soldato gli si era aggrappato talmente stretto che Joy riusciva a malapena ad avere un passo sicuro.
Quella sensazione gli fu piuttosto familiare e gli ricordò il suo arrivo su Kuriunin, ma non riusciva a capire come mai un soldato si comportasse in quel modo visto che sembrava un bambino spaurito.
Nei pressi dell’entrata alle mura, Joy urlò alle guardie di aiutarlo.
I soldati a sorveglianza del perimetro non se lo fecero ripetere due volte e si avvicinarono prontamente ai due prestandogli subito soccorso.
“Ma che è successo?” gli chiese uno dei due.
“Non lo so,” rispose Joy “Ho trovato quest’uomo in queste condizioni e poi siamo stati attaccati”.
“Cazzo,” esclamò la guardia. “Chi vi ha attaccato? Ce ne sono altri?”
“Non lo so, non lo so” disse il giovane un po’ per rispondere negativamente ad entrambe le domande , un po’ per rafforzare il fatto che davvero non aveva la minima idea di quello che era successo.
“C’era una sorta di robot, piccolo, suppongo stesse inseguendo lui. L’ho fatto fuori ma non so assolutamente se ce ne sono altri”. Disse il giovane agitato dalle domande delle guardie.
“Comunque credo di no. Ma fossi in voi terrei gli occhi bene aperti”.
“Ah, quello di sicuro” rispose uno dei due.

Entrati frettolosamente nelle mura di difesa le guardie cercarono di staccare il ferito dal giovane ma con scarso successo.
“Dai ora puoi lasciarlo andare” dissero a Joy che prontamente rispose “Io lo farei volentieri ma è lui che non lascia la presa”, poi si rivolse al soldato ferito esortandolo ad andare con loro e col medico che si stava avvicinando per portarlo in infermeria.
Ma nulla da fare, anzi gli si avvinghiò sempre di più.
“Beh dai” si rassegnò Joy “non possiamo mica lasciarlo qui, vengo anche io in infermeria”. Il ferito non oppose resistenza e i due seguirono il medico che gli fece strada.
Nel frattempo in lontananza si udivano forti e veloci passi ed un uomo chiamare “Phil”.
“Phil che ti è successo? Come stai?”
“Philip” gridò ancora l’uomo che gli poggiò una mano sulla spalla per richiamare l’attenzione del ferito ed esortarlo a girarsi, rimanendo però deluso dallo sguardo semi assente del suo amico.
Joy riconobbe il capo della squadra che lo salvò, ma inizialmente Jackson  lo ignorò e si rivolse prima al medico “Cosa gli è successo?”.
“Non lo so ancora” disse il medico “questo ragazzo l’ha trovato poco fa e stiamo andando ora in infermeria”.
Jackson giratosi ora verso Joy lo riconobbe ma era troppo preoccupato per rivolgergli un saluto di cortesia.
Letta la preoccupazione sul volo del soldato, il ragazzo si precipitò subito a dargli delle spiegazioni anche se pure lui non è che ne sapesse poi molto.
Gli raccontò brevemente quello che era successo, ma appena terminato il medico li esortò a muoversi.
I quattro uomini raggiunsero di tutta fretta una stanza medica ed il soldato ferito fu messo sul lettino senza mai lasciare il suo salvatore.
Fu prima pulito e poi medicato, anche se a dire il vero non presentava ferite particolarmente gravi.
“Allora dottore?” disse Jackson.
“Beh, fisicamente non ha nulla di grave, le ferite si rimargineranno in due o tre settimane”, poi abbassò la testa.
“Che c’è?” lo esortò il soldato.
“Non so che dire, fisicamente è tutto ok, ma per il resto credo ci siano dei problemi grossi”.
“Del tipo?”.
“Del tipo che non risponde correttamente agli stimoli esterni ne ha reazioni mentali corrette. Dovremmo utilizzare uno scanner celebrale. Credo sia parecchio grave.”.
Jackson strinse i pugni “No” disse pensieroso e prima che il medico si potesse opporre l’anticipò “Dobbiamo portarlo da Procne”.
“Cosa? Io non penso che…” provò a ribattere il dottore.
“Eravamo pronti a questa evenienza” lo interruppe “anche se naturalmente speravamo non fosse necessario. Ma a questo punto penso proprio che sia vittima di una madre”.
“Una madre? Ma stai scherzando?” reagì terrorizzato il medico “Non è possibile. E come fa ad essere ancora vivo?”.
“Questo non lo so, solo lui potrebbe dircelo”.
“Bene, se è così” disse ancora il medico “allora penso davvero che solo un Wimol possa aiutarlo. Se mai sia possibile”.
“Dottore, Philip può muoversi?”.
“Sarebbe meglio di no, ma temo che lei mi disobbedirebbe comunque. Mi lasci somministrargli un antidolorifico poi potrete andare”.

Poco dopo, Philip, Joy e Jackson, si avviarono addentrandosi sempre di più al centro della cittadella. I primi chilometri li fecero a piedi vista la situazione poco agibile delle strade, poi la maggior parte del percorso rimanente fu effettuato con un piccolo mezzo militare.

“Dove stiamo andando precisamente?” chiese ad un certo punto il giovane.
“Stiamo andando da Procne”.
“E questo Procne sarebbe?” disse Joy facendo anche un gesto circolare con la mano libera per esortarlo a proseguire, visto che non capiva ancora bene.
“Beh Procne è il Wimol capo di questa zona. È stato avvisato e ci sta aspettando. È probabile che ci siano anche Theurus, Kodinat ed Usturiun”.
Ma Joy lo esortò con lo sguardo a dargli delle delucidazioni.
Un po’ scocciato Jackson riprese come a dire una litania “Theurus, Kodinat ed Usturiun sono altri Wimol”.
“In pratica” riprese con tono normale “ci stiamo riunendo per… Beh, in pratica proviamo a salvare Philip e a recuperare parte della sua memoria.”
“Ma che gli è successo?”
“A quanto pare è venuto a contatto con una madre, ma non si sa come, è ancora vivo”.
“Le madri sono quegli esseri che assorbono la mente umana, no?”
“Si, in parole povere è così”.
“Ma la cosa ben più grave” proseguì “è che chi ne viene a contatto, soffre tra le atroci memorie di tutti quelli che sono stati assimilati in una madre. Il dolore dei singoli e d’intere razze distrutte può essere contenuto all’interno di questi esseri e nessuno può sopportare una tale devastazione “.
“Diamine!” disse il giovane e pensò che quello non lo avevano trovato sul suo manuale.
“Ma anche se Philip sapeva a cosa andava incontro, un destino del genere non si augura neanche al peggior nemico”.
“Come Philip lo sapeva?”
“Vedi ragazzo, lui era in missione recuperare del tessuto e del liquido delle madri”.
“A dir la verità” si corresse “il liquido è per cercare di recuperare delle informazioni sui Ghnouk, cercando di utilizzare lo stesso metodo delle madri. Ma questa è tutta teoria, questa è la prima volta che cerchiamo di recuperare del liquido di una madre ancora in vita”.

Poi il sospiro di Jackson sembrò non terminare mai.

“Ricordi quando ti abbiamo trovato?” riprese il soldato.
“E chi se lo scorda” rispose il giovane.
“Giusto. Beh ti abbiamo trovato per caso mentre ritornavamo alla base dopo aver lasciato il nostro compagno Philip. Eravamo partiti in cinque per questa missione di recupero di questi fottuti tessuti dei Ghnouk, ma siamo stati sorpresi da una loro pattuglia. L’unica cosa che abbiamo potuto fare è stato distrarli a finché uno di noi, Philip, riuscisse a sfuggirgli. In caso d’inconvenienti di questo genere, chi si sarebbe avviato al proseguimento della missione si sarebbe dovuto nascondere nelle grotte a nord, alle pendici del monte Conorion fino all’occasione ottimale del recupero dei tessuti.
Noi siamo riusciti a salvarci grazie al ritrovamento di una torretta armata trovata nella boscaglia. Abbiamo dovuto affrontare un assalto di circa tre ore. Una cosa spaventosa. Abbiamo perso il quinto uomo e spesso ho avuto la sensazione che non ce l’avremmo fatta.
Durante il nostro rientro alla base abbiamo visto il tuo wormhole che ha attirato l’attenzione di …”.
“Il wormhole” precisò il soldato quando vide Joy accigliato “è l’Envort. In pratica è un wormhole artificiale, una specie di tunnel, di cunicolo spaziale che mette in comunicazione due punti dell’universo distanti tra loro”.
S’interruppe, poi “Ma allora è vero che ti sei informato senza l’ausilio della tecnologia. Quando me l’hanno detto non c’avevo creduto molto”.

“Comunque dicevo, l’Envort ha attirato l’esploratore Assiali, dell’esercito Ghnouk e siamo stati attaccati. Il resto lo sai. Dio solo sa se fosse stato un Ghnouk, non ce l’avremmo fatta, avevamo quasi finito le munizioni ed eravamo stremati dalla battaglia”.

“Ok, siamo arrivati, scendiamo” e i tre uscirono dall’abitacolo militare mentre Jackson lo avvisò “Comunque se vuoi avere qualche possibilità in più di sopravvivere, ti conviene utilizzare l’apprendimento rapido, almeno per le istruzioni base”.
“Lo terrò presente” rispose lui.
“Sei proprio testardo” di ribatté il militare “Ancora pensi che siamo schiavi dei Wimol?”.
“Non come all’inizio però…”
“Lascia stare, fai come ti pare” lo interruppe bruscamente “Andiamo, abbiamo cose più importanti a cui pensare”.
Pochi passi dopo Joy lo chiamò.
“Che altro c’è?” rispose scocciato.
“Toglimi una curiosità”.
Il soldato non rispose e Joy lo prese come un invito a continuare “Ma se questi Wimol sono così evoluti, perché non creano delle armi e non vi aiutano a combattere?”.
Jackson un po’ sconfortato per questo ragazzo che ancora non riusciva a comprendere la situazione ed era ancora relegato alle limitazioni della cultura terrestre, gli rispose.
“Innanzi tutto chi ti ha detto che gli Wimol non ci aiutano a combattere? Forse non lo fanno imbracciando un fucile ma ci sono diversi modi per combattere una guerra.
Una di queste è creare nuove armi e tecnologie di difesa. Se poi ti sembra che non facciano molto, vai a dare un’occhiata ai cannoni MG2, che fino a poche settimane fa, non erano neanche nella mente ne degli umani ne dei Wimol. Abbiamo collaborato in tempi brevi per cercare di sviluppare una tecnologia bellica che prima era assente, perché non necessaria su questo pianeta che è sempre vissuto in pace sia da lotte interne che esterne”.
Il morale di Jackson si fece piuttosto irritato ma continuò.
“E poi la maggior parte dei Wimol ora sono impegnati al recupero degli umani.
Da quando i Ghnouk sono venuti a conoscenza attraverso l’assimilazione di alcuni di noi, della presenza delle stanze di recupero, il loro …”
“Stanze di recupero?” gli chiese Joy.
“Si, erano delle edificazioni che permettevano agli Envort di essere incanalati in queste enormi stanze così che i nuovi arrivati non si disperdessero nel pianeta. Qui venivano subito accolti ed istruiti”.

Poi Jackson smise di camminare ma proseguì invece nel discorso.
“Ce n’erano migliaia per tutto il pianeta, ma da quando i Ghnouk li hanno scoperti, li hanno distrutti quasi tutti, così da limitare l’accrescimento del nostro esercito. In realtà questo ha portato ad un secondo nostro svantaggio che è quello d’impegnare i Wimol nel recupero dei nuovi arrivati e purtroppo il recupero non è mai preciso.
Tu non te ne rendi conto ma il pianeta è grande, molto più della Terra, e gli arrivi sono numerosi.
Se solo smettessero di ammazzarsi di là.
I Wimol comunque riescono tutt’al più a far ricadere gli umani nei pressi delle città e delle squadre di recupero fanno continuamente avanti e indietro per prelevare gli umani che arrivano.
E non ti rendi neanche conto del dolore che provano quando non riescono a far avvicinare abbastanza gli uomini, che vengono così abbandonati a se stessi e spesso condannati ad essere eliminati dai nostri nemici”.
Joy ammutolito dalla risposta e vista la foga con cui Jackson gli espose i fatti, pensò fosse il caso di non fare altre domande, quindi in silenzio i due proseguirono.

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