Al di là della Terra – Racconto (6^ parte)

Dopo la serata piacevole del giorno prima che rafforzò la loro intesa, alla mattina seguente i quattro si ritrovarono al campo 17B dove iniziarono le simulazioni di battaglia e dove furono provati e messi a punto i nuovi equipaggiamenti.
Di certo si sentirono un po’ in colpa per non essere là fuori a combattere veri nemici, soprattutto quando nei rari momenti di pausa venivano a conoscenza delle battaglie e delle ennesime perdite umane.
La notizia della morte di un Wimol, o meglio di un suo suicidio, fu davvero shockante seppur condivisa da tutti. Era noto infatti che se un Wimol fosse stato catturato, questo aveva il compito di togliersi la vita per evitare che le sue informazioni cadessero nelle mani dei Ghnouk.

 

Il problema non sarebbe stato soltanto, seppur piuttosto rilevante, quello che il nemico sarebbe venuto a conoscenza delle loro armi, delle difese, delle ubicazioni cruciali e delle loro strategie.
C’era infatti un’altra possibilità piuttosto inquietante, ovvero che se i Ghnouk avessero compreso il funzionamento degli Enevort, avrebbero potuto intercettare tutti gli umani in arrivo o cosa ancora peggiore avrebbero potuto collegare Kuriunin alla Terra in un processo inverso.
Sebbene questa conoscenza e tecnologia fosse al di fuori della possibilità attuale dei Wimol, non era detto che per i Ghnouk fosse lo stesso. Essendo parassiti anche di razze più evolute, non era affatto improbabile che tra le loro fila avessero schiavizzato civiltà in grado di gestire dei whormole artificiali.

La morte del Wimol portò comunque ad una perdita nel recupero dei nuovi arrivati per un raggio di diverse centinaia di chilometri. E forse fu questa la notizia più amara.

Alla fine del sesto giorno di duro addestramento, il piccolo commando fu richiamato da Procne che gli annunciò la partenza all’indomani per la missione.
“Ragazzi, è finalmente giunto il momento per voi di portare una reale speranza alle nostre razze” esordì il Wimol. “Il nuovo equipaggiamento è pronto e pienamente funzionante. Tuttavia abbiamo soltanto due apparecchi per l’emissione delle frequenze, in quanto il laboratorio che le stava producendo è stato sfortunatamente distrutto. Tuttavia ne sarà sufficiente una per tutto il gruppo, visto che ha una portata di circa 100 metri. Comunque potrebbe presentarsi il caso di dovervi dividervi in gruppo, quindi ricordatevi di tenetene almeno uno per squadra. Avremmo preferito fornirne una ciascuno, ma non abbiamo tempo.
Abbiamo intercettato una trasmissione Ghnouk di un piccolo gruppo con una madre. Sono diretti ad un nostro bunker con cannone MG2. I nostri hanno ancora la protezione aerea, ma hanno perso la difesa di terra e purtroppo le comunicazioni, quindi non possiamo neanche farli evacuare. Il bunker è a 320 chilometri a nord/est da qui e la squadra nemica dovrebbe raggiungerli domani mattina intorno alle ore 11:00.
Il vostro compito è intercettarli ad 80 km ad est del bunker e naturalmente salvare i nostri uomini, ma come sapete la missione primaria è verificare il funzionamento delle nuove armi e soprattutto darci una speranza”.
“Ci conti” disse Joy, seguito dai suoi compagni.
Il Wimol gli fornì le ultime informazioni e gli comunicò che poco più tardi sarebbero stati forniti dettagliatamente di tutte le istruzioni necessarie.

Seppure la sveglia era fissata per le ore 5:00 del mattino la maggior parte della squadra indugiò a dormire, non certo per propria volontà, ma il sonno tardò ad arrivare poiché la missione era piuttosto pericolosa e il solo pensiero di dover affrontar una squadra Ghnouk con una madre nelle vicinanze gli diede i brividi.
Jackson d’altro canto era abituato a dormire poco, ma da lì ad un paio d’ore riuscì ad addormentarsi.
Per Carl e Frank fu invece necessario ricorrere a dei sonniferi poiché l’agitazione continuava a tenere accesa la loro mente che non riusciva a liberarsi dei pensieri.
Joy invece fu l’unico a non risentire di tutto questo. Riuscì ad addormentarsi subito visto l’enorme sforzo a cui si era sottoposto durante l’addestramento e l’impegno coi cui ci si dedicò. Anzi un paio di volte il suo vicino di stanza gli bussò sulla sottile parete per far azzittire il suo russare. Il sonno tuttavia non fu privo di incubi che ormai lo perseguitavano da una settimana.

Al suono della sveglia i quattro, impazienti, erano già vestiti e tutto sommato la dormita fu piuttosto ristoratrice.
Un’auto era già pronta ed aspettava soltanto i quattro soldati. Una torretta armata era stata fissata sul retro del mezzo e Carl già sapeva che sarebbe toccato a lui posizionarsi lì.
Furono caricati anche altri strumenti di supporto tra cui kit medici e piccole torrette automatiche. Non mancavano infine strumentazioni per la missione secondaria, quindi erano stati caricate anche apparecchiature per la riparazione della difesa terrestre del bunker ed armi supplementari per gli altri soldati che avrebbero trovato a protezione del cannone MG2.
All’apertura della porta blindata dell’autorimessa Jackson avviò il motore. “Pronti?” chiese ai suoi uomini.
“Pronti.” Risposero all’unisono.
E iniziarono ad uscire dalla base.
“Mi sento un po’ osservato” disse Joy seduto al fianco del guidatore e spostando un po’ il suo specchietto retrovisore verso l’alto.
A quelle parole Jackson sbirciò nel suo, mentre Peter e Carl si girarono direttamente alle loro spalle.
Furono così meravigliati nel vedere quanta gente, nonostante l’ora presta,  fosse venuta a vederli partire e sebbene erano ormai piuttosto distanti da loro, riuscivano a vedere nei loro volti la speranza che quei quattro gli stavano dando.

Proseguirono con l’automezzo per circa 2 ore tra strade ancora intatte, campagna e residui di piccole asseriamenti terrestri.
Molti furono i corpi a terra senza vita, per lo più umani.
Dovettero poi procedere a piedi, lasciando parte del carico.
La strada cominciava infatti ad essere inagibile. Le due vie per raggiungere la destinazione erano bloccate, forse per delle casuali esplosioni o forse per una tattica Ghnouk.
Sistemarono dei rami per nascondere alla vista del nemico il loro automezzo e si avviarono a per la loro destinazione sperando di non incontrare il nemico, almeno non troppo presto.
Passare ora, a piedi, tra i corpi dei propri simili era ancora più doloroso. Spesso la strada era letteralmente disseminata di corpi ed il percorso obbligato non permetteva altro che passare strettamente vicino a loro e sentire spesso sotto i propri piedi le membra di quelli che erano dei soldati e prima ancora degli uomini.

I quattro passarono tenendo spesso il capo in alto anche se in quel vergognoso scempio avrebbero voluto tenere la testa bassa e così ogni passo dava un senso d’indegno rispetto per quegli uomini morti per difendere i propri simili.
Proseguirono per circa un’ora finché non trovarono una pattuglia nemica.
Tennero le sfere che emettevano le frequenze ancora spente per evitare di essere localizzati anche perché il gruppo era composto pure da altre razze ed avrebbero comunque fatto a meno di iniziare una battaglia che li avrebbe rallentati, senza contare poi che avrebbero potuto chiamare dei rinforzi e il piano sarebbe potuto saltare.
Cercarono di aggirare il piccolo esercito nemico che si era accampato temporaneamente. Gli passarono attorno camminando lentamente ed accucciati.
“Fermi” gli urlò sussurrante Jackson.
“C’è una sentinella”.
Joy riconobbe l’essere robotico che aveva incontrato nel suo primo e finora unico scontro a fuoco.
“State immobili” sussurrò il capo della squadra “Finché non ci muoviamo non ci individuerà. Aspettiamo che arrivi dietro a quel cespuglio e quando non sarà visibile dall’accampamento nemico dobbiamo cercare di neutralizzarlo con un colpo solo”.
“Posso farlo io” disse Joy, che dall’ultima volta che aveva visto quell’essere ora sapeva bene dove e come colpire.
Il capo gli diede il autorizzazione conoscendo ormai le sue buone doti anche in battaglia.

Passaro alcuni interminabili secondi nel totale silenzio della squadra in attesa soltanto che la sentinella nemica fosse nella posizione ottimale.
Joy che aveva silenziato la sua arma si apprestava a far fuoco, sapendo che non gli era permesso sbagliare.
Ancora pochi passi. Uno, un altro, ancora uno.
Ora.
Il colpo fu preciso al millimetro ed attraversò l’essere, ma non doveva essere quello il risultato. Non avrebbe dovuto attraversarlo e per quella frazione di tempo in cui il colpo attraversò la figura nemica, questa vacillò brevemente.
“Merda, è un ologramma” disse Jackson perdendo il controllo sulla sua voce e dimenticandosi di parlare a voce bassa.
Questo allertò la cosa che era dietro di loro che emise una sorta di urlo per richiamare la squadra nemica.
I quattro si girarono di scatto alle loro spalle, terrorizzati da quell’urlo.
Il piano era saltato. Una copia identica della sentinella, sta volta reale, iniziò con mani affusolate ed appuntite a colpire con rapidi e potenti colpi di braccia e mani a terra. Il robot era disarmato ed iniziò a colpire Jackson, il più vicino a lui alle gambe con dei potenti colpi a terra. Ogni colpo aveva quasi la stessa potenza di un proiettile e la sua velocità sembrava quella di una mitragliatrice. Jackson provò a schivali e vi riuscì coi primi, ma non riuscì a tenere il ritmo contro quella macchina ed un primo colpo lo ferì ad una gamba. Poi ancora un altro colpo andò a segno ed un altro ancora. Ormai Jackson aveva perso la concentrazione per poter spostare la gamba tra l’altro ferita e dolorante.
Gli altri tre compagni lo salvarono però da ulteriori colpi all’arto facendo fuoco sul robot da guerra.
Non fecero in tempo a terminarlo che Jackson li avvisò di occuparsi dei nemici accampati.
I tre si girarono di nuovo all’unisono e videro che ormai l’accampamento nemico era già allertato e due Ghnouk erano già partiti all’assalto.
Ormai sarebbero bastati solo pochi passi.
“Presto, accendete la sfera” disse Carl.
“Ci penso io” rispose Jackson che seppur ferito non si era dimenticato affatto di essere un soldato e già in previsione di un ormai certo attacco aveva già estratto la sua sfera ed ora si apprestava ad attivarla.
Nel frattempo uno dei due Ghnouk fece un salto per cercare di circondare i quattro umani. Così li avrebbero attaccati dai due lati e li avrebbero terminati più in fretta.
Ma all’improvviso il Ghnouk che gli correva frontalmente si fermò e cercò di tapparsi quelle specie di orecchie da un suono che non riusciva a placare con le sue mani.
Altro invece fu disturbato nella sua planata alle loro spalle e Joy che seguiva la sua traiettoria in attesa di averlo nel mirino e far fuoco, lo vide perdere la stabilità ed infine rotolarsi scompostamente a terra. Qui Joy affiancato dal capo iniziò a far fuoco ed il Ghnouk non fece neanche in tempo a rialzarsi che cadde esanime a terra.
Stessa sorte toccò a quello assalito da Frank e Carl.
“Sembrano funzionare” disse dolorante Jackson.
“Si, ma ora abbiamo un altro problema” disse Carl.
Nel frattempo Frank fece un riepilogo dei nemici “Ho contato almeno altre quattro sentinelle robot e due esploratori Assiali che stanno maneggiando una strana sfera. Gli altri tre Ghnouk sembrano indifesi”.
Jackson si girò per osservare bene la situazione anche se Frank gli sconsigliò di muoversi.
“Ok” iniziò il capo atteggiandosi con la mano in gesti militari “Eliminiamo per primi i Ghnouk poi gli altri”.
“Ma che ci fa un Goriton qui?” Chiese Joy.
“Cosa?” rispose il superiore.
“Quella strana sfera è un Goriton, un organismo organico alieno”.
“In effetti è molto strano. Non ne abbiamo mai incontrati sulla Terra e a dire il vero non sappiamo neanche bene quale sia la loro funzione”.
“Io lo so” disse Joy “E non ci piacerà”. Ed i suoi compagni non furono molto contenti di quelle parole.
“Sembra si stia preparando” proseguì.
Infatti il Goriton, iniziò ad espandersi.
Nel frattempo le sentinelle trascinarono i Ghnouk incapaci di reagire, al centro dell’accampamento dove il Goriton era posizionato ed il suo corpo si stava espandendo in una sorta di ammasso gelatinoso.
La bolla organica di quello strano essere aveva ormai avvolto quasi tutti i nemici.
Nel frattempo Joy iniziò a ragionare ed a prelevare ricordi da quello che gli aveva trasmesso Procne.
“Presto alzate il polso destro in alto ed attivate gli scudi” ordinò ai suoi compagni.
“Che sta succedendo” gli chiese Carl.
“Non c’è tempo. Fate come vi dico. Vi prego fidatevi”.
Jackson fu il primo a fare quello che il giovane gli suggerì, così che gli altri facessero altrettanto.
“Ora disponiamoci a quadrato” ed iniziò a disporre i suoi compagni sui quattro lati, partendo da Jackson che vista la sua attuale immobilità era il punto fisso di riferimento.
Poi iniziò a disporre gli scudi in forma piramidale e dopo qualche secondo questi iniziarono a fondersi, andando a chiudere gli spazi vuoti tra di loro.
Rimasero tutti stupiti da questa funzionalità degli scudi che ignoravano.
Poi un’ondata di fuoco li assalì.
Sebbene il caldo in quella piramide di energia fu piuttosto elevato, nulla la oltrepassò.
Passò qualche secondo, non molti, quindi Joy spense il suo scuso e la piramide si disciolse.
Anche gli altri disattivarono la loro protezione.
“É stato il Goriton?” Chiese Jackson.
“Già. É in grado di emettere una forte onda di energia, simile a del fuoco e non è l’unica cosa che può fare. Infatti” e si alzò leggermente a vedere la zona dov’erano posizionati i nemici “ora sono protetti da una bolla gelatinosa che li mette al riparo dai nostri colpi”.
“Come fai a sapere tutto questo?” gli chiese il suo superiore.
“É parte della memoria della madre fusasi con Philip”.
“Anche la questione degli scudi?”
“Si. … più o meno”.
“Come sarebbe a dire, più o meno?”.
“Mmm… beh… In realtà gli scudi originali funzionavano così, ma non potevo essere sicuro che anche le nostre riproduzioni avessero le stesse identiche funzioni. Dobbiamo fare i complimenti ai nostri ingegneri”. Disse sorridente.
Poi vide il volto titubante di Jackson e gli poggiò una mano sulla spalla “L’importante è che ha funzionato”. Poi si girò verso gli altri suoi due compagni con un volto come a dire “speriamo gli basti!”

Jackson iniziò a far fuoco con la sua arma ma gli impulsi di energia s’infransero sulla superficie molle di quell’essere sferico.
“Prova con dei proiettili” disse a Carl mente Frank intanto gli somministrava un antidolorifico. E gli fasciava la ferita.

I colpi sta volta non si dissolsero sulla superficie ma penetrarono all’interno della massa gelatinosa, andando però a rallentare e frenare poco dopo la loro corsa. Alla massima potenza riuscirono a penetrare la barriera solo per una decina di centimetri.
Ma non erano solo i proiettili ad essere rallentati, infatti anche i nemici che si riparavano in quella barriera semi-solida faticavano a muoversi. Questo era solo un piccolo svantaggio rispetto al giovamento che traevano dall’essere completamente protetti.
Sembrava di vederli a rallentatore.
Nonostante questo, lentamente ma inesorabilmente continuavano ad eseguire la loro ben studiata strategia. Le sentinelle robot iniziarono ad aprire una delle grandi casse che avevano inglobato nella loro molle barriera.
Gli umani intanto cercavano di studiare qualcosa per passare la barriera, ma Joy sapeva che c’era ben poco da fare, l’unica cosa era colpirli quando erano all’esterno della loro piccola fortezza.
Impotenti davanti all’operato dei robot i quattro li osservarono tirar fuori dalla cassa delle altre sentinelle. Erano disattivate e pronte ad entrare in funzione.
Erano molte. Troppe.
Almeno trenta. E c’era ancora un’altra cassa.
“Merda, sono troppe e non riusciamo ad oltrepassare le loro difese” disse Jackson.
“C’è di buono che il Goriton non ha altre cariche esplosive” disse Joy alla squadra, cercando di rassicurarla e rassicurarsi un po’.
“Si ma non riusciremo a tenerle a bada tutte” disse Carl “Penso che dovremo tirar fuori qualche torretta automatica e disporla qui vicino”.
“Buona idea” gli confermò il capo.

Nel frattempo le sentinelle erano state attivate così come pure le torrette umane e lo scontro era ormai prossimo.

Mancava ormai solo qualche secondo prima che almeno metà delle sentinelle fosse al di fuori della barriera. Jackson c’aveva pensato e ripensato ed alla fine espresse la sua idea. “Joy, credo che sia il caso che tu ed un altro della squadra vi allontaniate e vi dirigiate all’obiettivo”.
“Cosa? Ma stai scherzando?” ma lo vide in faccia che era serissimo. “Non puoi chiedermi questo, non ce la fareste in due contro più di 30 nemici, senza contare l’altra cassa”.
“Non possiamo mandare a monte la missione, è troppo importante e poi per chi ci hai preso? Noi siamo tra i migliori soldati di Kuriunin”.
Joy non aveva dubbi sul fatto che erano in gamba, ma sapeva anche che non erano soldati di lunga data e si erano ‘improvvisati’ tali soltanto da pochi mesi, seppure con degli addestramenti invidiabili dalla Terra.
“Ok” disse rassegnato Joy “Però da solo”.
“Non m’interrompere” continuò il ragazzo “La mia scelta non è sindacabile”.
Poi provò a farli comprendere “In tre avete qualche speranza di sopravvivere e sarebbe un peccato perdere una squadra del genere, una guerra non si vince solo con una missione come questa, ce ne saranno altre e voi servirete di sicuro. In quanto a me è più facile che riesca a fuggire da solo e a passare inosservato. Poi mancano soltanto pochi chilometri, posso farcela. Fidatevi anche voi di me”.
“Per chi mi avete preso?” concluse sorridendo.

“Potresti avere ragione e io mi fido di te.” gli disse Jackson. Poi gli diede una pacca sulle spalle e gli altri fecero lo stesso.
Non c’era tempo per i saluti e per le parole scaramantiche. Il capo gli diede quindi uno spintone e Joy scivolò sotto la piccola cunetta su cui gli altri erano ad osservare ed aspettare i nemici.
“Stai giù e tieniti pronto” gli ordinò Jackson “Quando ti do il via corri più che puoi verso gli alberi”.

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