Al di là della Terra – Racconto (7^ ed ultima parte)

L’attacco nemico partì e i primi nemici iniziarono la loro carica verso gli umani. Aumentavano a vista d’occhio, 5, 6, 8, ormai non li contavano più. Ormai era tempo di sparare.
Jackson estrasse dalla cintura una granata la settò e lanciò alla sua sinistra a metà strada tra il Goriton e il percorso che avrebbe dovuto fare Joy.
Iniziò a contare mentalmente poi si rivolse a Joy “Ora. Vaiii”
Joy iniziò a correre tenendo la testa abbassata e dopo pochi passi la granata detonò sollevando un ammasso di terra e polvere. Questo consentì al ragazzo di correre inosservato e l’attenzione delle sentinelle fu tutta per i tre soldati.

Joy aveva percorso un bel tratto di strada. Era stato attento e fortunatamente non aveva incontrato nessun nemico. Era arrivato al punto di destinazione ed il campo appariva deserto, vuoto da qualsiasi essere vivente, non c’erano neanche corpi inermi a terra ne umani ne altri. Era probabile che quella zona non avesse mai visto battaglie e la sua immutata bellezza gli dava un forte senso di tranquillità. Era piuttosto in anticipo sull’ora prevista ed infatti ancora non si vedeva la madre.
In quei momenti di attesa il suo pensiero andò ai compagni lasciati a combattere contro quella squadra nemica e proprio mentre pensava che forse avrebbe fatto meglio a stare al loro fianco ecco che un’esplosione deflagrò nella direzione dei suoi amici.
Gli si strinse il cuore e cercò di pensare il meno possibile che forse non ce l’avevano fatta. Ma non ce la fece ed iniziarono a scendergli le prime lacrime.
Se le asciugò con la manica, poi stordito all’improvviso con un colpo dietro la testa, cadde a terra in avanti.

Joy si svegliò.
Il suo battito era calmo ma lui sapeva di essere agitato. Era anche immobile ma lui voleva muoversi.
Non ci riuscì.
Sentiva solo un senso di bagnato.
Aprì a forza gli occhi e un flusso umido investì le sue pupille.
“Dove sono?” pensò. Ma anche pensare era faticoso.
Dopo un po’ che cercava di capire dov’era e cos’era successo, mise a fuoco di essere all’interno di un Ghnouk. Era diverso da quelli incontrati finora, ma anche questo era piuttosto frequente. Era una classe addetta al trasporto dei prigionieri.
Ed anche se non era armato, pure questa classe era piuttosto temuta, quasi quanto una madre.
Quest’essere era piuttosto alto ed imponente ed aveva sulle spalle una sorta di grande recipiente ovale e il suo interno era composto da un liquido paralizzante.
Purtroppo questa classe veniva utilizzata per catturare i prigionieri e per portarli poi ad una madre.
Quello che pensò poi lo avrebbe paralizzato se solo non fosse già immobilizzato. “Forse era meglio se mi avessero ucciso” pensò ancora.
Era stato già doloroso provare una piccola parte dell’esperienza che aveva vissuto Philip, figurarsi viverla ora in prima persona e magari in eterno.
Richiuse gli occhi e fece un profondo respiro e solo allora si accorse di avere quel liquido anche giù per la gola e poi per il naso. Era fastidioso ma riusciva a respirare abbastanza naturalmente.

Sentì qualche scossone dato dai passi del suo aguzzino. Era probabile che stesse passando su qualche percorso piuttosto dissestato.
Riaprì gli occhi e sta volta vide qualcos’altro. Vide infatti una sagoma che giaceva insieme a lui. Probabilmente i passi piuttosto tumultuosi del Ghnouk avevano smosso il liquido e permettevano ora ai due prigionieri di vedersi. Erano in posizioni opposte ed ognuno dava i piedi alla testa dell’altro.
Ancora altri movimenti del nemico e i due prigionieri erano in grado di guardarsi negli occhi.
Joy riconobbe l’essere. Non era in grado di attingere perfettamente ai suoi ricordi e non ricordò il nome della razza del suo compagno di ‘cella’. Però ricordò, se non sbagliava, che era una razza schiavizzata dai Ghnouk. Era quindi strano che fosse imprigionato. Forse si trattava di un ribelle. Forse non ce l’aveva fatta a subire in silenzio la strage che perpretavano i suoi schiavizzatori. Forse era per questo che ora veniva imprigionato e dato in pasto ad una madre. La peggior punizione che si possa avere.
Già, forse era proprio per questo che si trovava lì con lui.
Per qualche istante i due si guardarono fissi negli occhi e come compagni di quell’immobile prigionia provarono profonda solidarietà l’uno per l’altro anche se non potevano esprimerlo a parole era evidente dai loro sguardi.
Erano degli sguardi profondi, tristi e allo stesso tempo quasi vuoti.
Joy avrebbe voluto dargli la mano ma il suo corpo non riusciva proprio a reagire.

Poi uno scossone più forte degli altri, sballottò visibilmente i due prigionieri.
Ed un altro colpo ancora.
Poi il Ghnouk cadde a terra, la bolla che li teneva prigionieri si ruppe ed i due fuoriuscirono dal suo corpo.

Appena fuori si sentì trascinare ma lui non aveva ancora la forza di reagire anche se iniziava a sentir formicolare i suoi arti.
Il giovane sentì poi una forte raffica di spari e parti del Ghnouk furono ovunque.
Joy riuscì finalmente a riprendere parte del controllo del suo corpo. S’inginocchiò e poi poggiò le mani a terra e qui vomitò il liquido che gli era entrato fino ai polmoni.
Riconobbe poi le scarpe dell’esercito umano e si alzò per ringraziarli, quando vide che era stato salvato dai suoi compagni che credeva morti.
Fu molto contento di vederli e non solo perché lo avevano salvato.
Poi sentì caricare un’arma e si girò verso il rumore.
Joy vide Carl che si apprestava a far fuoco contro il suo nuovo compagno di sventura.
“Fermo Carl” e tossì espellendo altro liquido. “Non ucciderlo.”
“Ma è un Mabaris.” disse. Poi per essere sicuro che avesse capito chi fosse quell’essere, pronunciò: “É un nemico!”.
Ecco ora ricordava il nome di quella razza. E ricordava anche che erano piuttosto ribelli e probabilmente era per questo che era stato catturato.

I Mabaris erano sempre stati una spina nel fianco dei Ghnouk in quanto, essendo una razza piuttosto irrequieta e certamente una delle più difficili da controllare, erano spesso insorti, tuttavia le rivolte erano sempre state represse. In fin dei conti rimanevano un’ottima arma per i Ghnouk che minacciavano di distruggere il loro mondo.
I Mabaris non avevano grandi tecnologie belliche, questo perché erano dei formidabili combattenti nel corpo a corpo. La loro costituzione gli permetteva una rapida velocità nei movimenti e la loro struttura ossea sporgente e resistente li rendeva letali senza la necessità di impugnare un’arma, 

“Fermati, ti prego” riprese Joy.
“Ne sei sicuro” gli rispose uno zoppicante Jackson.

Era imprigionato con me e sai quale destino ci sarebbe toccato se non ci aveste salvati. Quindi penso proprio che non sia dalla parte dei Ghnouk.

“Ma come facciamo ad esserne sicuri?” rispose il suo capo.
“Non possiamo far altro che fidarci. So che sembra azzardato, ma non credo che ci attaccherà”.
Poi Joy porse la sua mano al Mabaris che l’afferrò e si rialzò guardando gli umani con sospetto, poiché anche lui non sapeva ancora se poteva fidarsi di loro.

Il gruppo si sistemò per procedere con la missione. Mentre i due appena liberati smaltivano gli effetti del liquido che li paralizzava.

“Allora” disse Joy mentre cercava di riprendere il controllo del proprio corpo “a quanto pare ce l’avete fatta”.
“Già” rispose Jackson sorridendo “Te l’avevamo detto che non eravamo dei principianti”.
“come avete fatto a far fuori quei maledetti?”
“In realtà in parte è stato merito del nemico. Praticamente una delle due casse con le sentinelle non era completamente all’interno della bolla del Goriton. Abbiamo quindi sfruttato quella piccola superficie all’esterno per farla esplodere. La reazione a catena con i robot all’interno ha fatto esplodere l’intera cassa lanciando frammenti ovunque all’interno della loro protezione. Inutile dire che i loro movimenti rallentati all’interno non gli hanno permesso di fuggire per tempo”.
“Brutta fine” disse Carl “Dei veri topi in gabbia”.
“Non mi dire che ti dispiace per loro Carl”.
“Scherzi? Ne farei fuori altri mille così”.

“E bravi i miei umani preferiti” Disse Joy ormai ripresosi, dando una pacca alla spalla del suo capo.

“Spero tu sia pronto” gli chiese il suo capo preferito “Non abbiamo molto tempo. Tra poco oltre quella collina dovremmo intravedere la madre”.

Joy che pensò che sarebbe mancato davvero poco prima che fosse stato ‘presentato’ alla madre, diede il suo benestare a Jackson.

“E di lui che ne facciamo?” chiese Frank indicando il Mabaris.
“Lasciamolo per la sua strada, forse vorrà salvare i suoi compagni” disse Joy che poi gli si avvicinò, lo guardò dritto negli occhi e gli augurò buona fortuna.
Era certo che non avesse capito le sue parole, visto che il traduttore impiantatogli funzionava solo in ricezione, ma immaginava avesse intuito lo stesso. Infatti l’essere incrociò i suoi ossuti avambracci e chinò la testa.

I quattro soldati iniziarono la ripida salita della collina ed avvistarono la madre, seguita da una scorta di sei Ghnouk di classe guerriera.

“Ok, ragazzi” iniziò Jackson esponendo la sua strategia, “dobbiamo cercare di far allontanare almeno quattro dalla madre. Se li affrontiamo tutti, sarà difficile tenergli testa, senza contare che potrebbero essercene degli altri, anche non Ghnouk in giro. Inoltre se li mettiamo troppo in allerta la madre potrebbe fuggire. Prepariamo i fucili da cecchino, basterà un colpo ben piazzato per farli correre da noi senza troppa difficoltà. Ma non sanno che abbiamo una sorpresina per loro e visto che abbiamo già provato la sua funzionalità, non ci saranno problemi”.
I quattro iniziarono a far fuoco verso i loro rispettivi obiettivi, quasi contemporaneamente. Come fortunatamente previsto, i Ghnouk feriti si distaccarono dal gruppo per dirigersi in direzione degli spari. Mentre i nemici si avvicinavano, gli umani continuarono a far fuoco ma come sempre i loro colpi avevano scarso successo e non producevano altro effetto che rallentare la corsa.
Quando ormai i nemici furono ad una buona portata di tiro e non restava altro che sperare che le sfere funzionassero anche sta volta, queste furono attivate.
L’effetto prodotto fu come quello visto nella battaglia precedente e all’improvviso i Ghnouk furono senza difese ed uno ad uno furono eliminati senza eccessiva difficoltà. Certo la loro corazza era piuttosto dura, ma essendo ora dei bersagli fissi e senza la possibilità di contrattaccare, era solo una questione di tempo.
Come nella peggiore ipotesi però in lontananza si fece viva un’altra pattuglia al seguito della madre e purtroppo questa era composta da razze miste, Ghnouk, Assiali e sentinelle.
A quanto sembrava questa era una formazione piuttosto comune nell’esplorazione terrestre, ma stavolta non avevano ne Goriton ne trasportavano casse di robot.
Erano in tutto una decina, ma si potevano escludere i tre Ghnouk che potevano essere neutralizzati abbastanza facilmente. Curiosamente ora gli esseri più temibili erano quelli diventati i meno pericolosi.
Iniziò l’assalta e i Ghnouk rimasero indietro. Appena entrati nel raggio d’azione della sfera infatti, si arrestarono storditi. Gli altri però continuarono ad avanzare mentre gli umani si apprestavano a cambiare fucili lasciando spazio ad armi più potenti.
Due degli Assiali, terribilmente veloci, erano ormai a pochi passi dai soldati e qualcuno fu sorpreso ancora a cambiar arma. Le loro lance metalliche si apprestavano ad infilzare il terreno o male che sarebbe andata, la carne umana.
Si senti però tintinnare il metallo delle lance e queste volarono roteanti disarmonicamente lontano per poi posarsi rozzamente a terra.
Poi una testa Assiali rotolo non troppo distante da una delle lance e schizzi di sangue tinsero le divise ed i volti dei terrestri.
I quattro, in quella frenetica azione, riuscirono giusto a vedere i gomiti ossuti del Mabaris affossare nel collo del loro nemico che era a pochi centimetri da loro. Poi gli schizzi gli sporcarono la faccia.
Jackson che si era salvato dal sangue alieno ed aveva l’arma pronta fece fuoco sull’altro Assiali.

Lo scontro proseguì tra proiettili e lotta corpo a corpo e uno ad uno dei nemici cadde a terra.
“Che vi avevo detto?” disse fiero Joy “Visto che abbiamo fatto bene a fidarci?”.

Gli altri annuirono ma il capo era comunque ancora concentrato sulla lotta. Il Mabaris non si era ancora fermato e continuava la sua corsa in direzione dei Ghnouk storditi.
I nemici erano al limite del raggio d’azione delle frequenze e un solo passo indietro avrebbe potuto dare loro la possibilità di reagire.
Joy si assicurò allora di avere ancora con se la sua sfera e si avviò di qualche passo verso il nemico così da non dargli modo di fuggire.
Nel mentre il Mabaris si alzò in aria con un ampio salto, poi ricadde infilzando uno dei Ghnouk con la mano nella spalla, gli scivolò di dietro in caduta e lo colpì dietro le ginocchia facendolo accasciare piegato in avanti, poi una volta a terrà lo finì con due colpi alla schiena.
Senza prendere un attimo di fiato si avviò al Ghnouk più a destra che era anche il più vicino ed intanto che Carl iniziò a sparare all’ultimo Ghnouk rimasto ancora vivo, l’alleato alieno colpì con la sua sporgenza ossea del gomito il petto del suo nemico, ruotò su se steso ed intorno al ferito per colpirlo alla schiena, poi girò ancora per colpirlo davanti e così via.
Joy perse il conto dei colpi tanto erano rapidi, più di quanto lo fossero quelli sparati da Carl.
A quel punto non fu più necessario tenere accese le sfere.

L’alleanza tra le due razze era ormai assodata ed anche se il loro nuovo alleato non avrebbe capito le loro parole, gli umani lo ringraziarono.

Nel frattempo la madre con la sua, ormai piccola, scorta si stava allontanando, ma tutto sommato era un bene visto che in definitiva non si erano allertati e non erano fuggiti.

Joy estrasse la piccola barra con un cilindro trasparente sul fondo.

“Ma cosa…?” esclamò Carl che riconobbe quell’attrezzo. Era infatti lo stesso che aveva Philip nella precedente missione. Era una piccola barra con un contenitore in cima per contenere dei campioni organici ed in questo caso il liquido della madre che sarebbe stato criogenizzato istantaneamente per non essere compromesso dalle decadenza dei tessuti morenti, lontani dalla madre.
“Non vorrai mica prelevare del liquido?”

Joy annuì “Visto che siamo così vicini alla madre non vedo perché no”.

“Si, ma sai bene che non possiamo usare le sfere su una madre altrimenti il liquido potrebbe essere ‘inquinato’ dai disturbi delle frequenze” si espresse preoccupato Jackson.
“Questo lo so, ma dici che non ce la possiamo fare? Ci sono solo due Ghnouk di guardia ed abbiamo un Mabaris dalla nostra parte”.
“’Solo’ due Ghnouk mi dici? Ricordati che senza il disturbo sono degli ossi duri”.
Ma infine il capo si decise “Tutto sommato hai ragione. Possiamo avere qualche speranza, però devi essere rapidissimo”.
“Lo sarò. Voi copriteli le spalle”.

Il gruppo si avviò in direzione della striminzita carovana Ghnouk passando ai bordi della strada e rimanendo nascosta dagli sguardi nemici.
Joy fece cenno ai suoi compagni di rimanere indietro per evitare di essere scoperto.
I due Ghnouk proseguivano intanto tranquilli avanti alla madre, uno per ogni lato e fortunatamente questo diede modo al ragazzo di avvicinarsi di soppiatto al suo bersaglio.
Sfilò la barra cilindrica dal gancio ai suoi pantaloni e con un colpo deciso l’infilò nella madre.
Seppure il dolore fosse minimo, la madre emise dei suoni ad indicare che qualcosa non andava e la sua scorta si allertò.

La squadra iniziò allora a far fuoco sperando che Joy desse il segnale di poter attivare la sfera, il prima possibile.

L’alleato alieno era pronto ad saltare addosso al nemico ma fu bloccato per un braccio dal capo umano, visto che se avesse agito sarebbe finito sotto il loro fuoco.
D’altro canto loro non potevano smettere di sparare visto che anche i Ghnouk erano armati. Fecero giusto in tempo a nascondersi dietro i loro scudi da polso e continuare a tenere occupata la scorta.
La madre che in quello scontro iniziava ad agitarsi, si mosse bruscamente.

D’improvviso Joy si ritrovò con il braccio all’interno dell’ammasso liquido e gelatinoso del Ghnouk.
Si sentì come impazzire.
D’istinto e dal dolore lasciò la presa del suo strumento e le sue gambe cedettero sotto il peso del ricordo di quello che aveva provato Philip e che Procne gli aveva trasmesso.
Tutto il dolore rifluì per i suoi centri nervosi.
Intanto Joy parzialmente inglobato dalla madre veniva trascinato via passo dopo passo dell’enorme creatura.
D’improvvisò Joy si sentì esattamente come Philip, mezzo dentro e mezzo fuori. Con un barlume di lucidità umana, tanto da comprendere cosa stava accadendo, ma inerme ed invaso dal dolore altrui.
Nell’opacità dei suoi pensieri riusciva a vedere attraverso la semi trasparente pelle della madre, il contenuto di quella enorme bolla piena di morte ed intelligenza.
Gli parve per un attimo di vedere all’interno dell’essere uno scheletro. Forse umano, forse no. Chiuse gli occhi ed al posto dello scheletro, apparve il suo volto. Veniva così trascinato dal grande Ghnouk, scavando piccoli solchi sulla terra con le sue scarpe e mentre il braccio veniva lentamente spinto all’interno dell’essere, Joy era in preda a visioni che portarono le lacrime ai suoi occhi.

La squadra ormai seriamente preoccupata decise che era il caso di agire. Jackson era pronto ad attivare la sfera, ma si fermò.
“Credo di avere un’idea. Forse lo possiamo salvare” gli venne in mente.
Prese una granata e la vece scivolare non troppo distante dalla madre. Esplose ed anche se non come sperato, l’urto distaccò leggermente Joy dal grande essere, ma fortunatamente riprese coscienza per qualche istante e nonostante il boato della bomba e l’irrequietezza della madre, trovò la forza di afferrare la sua barra con il campione, di premere il pulsante per la criogenesi e finalmente di sfilare il suo braccio da quell’abominevole essere.

“’fanculo stronza” esclamò una volta libero. Poi urlò “Oraaa”.

La ‘stronza’ che nel frattempo diede un senso al suo nome di madre, espulse dal suo retro due ovuli viscidi che subito si dischiusero mostrando la nascita di due nuovi Ghnouk guerrieri.
Ma la loro aggressività fu subito repressa così come quella dei loro simili.
Il comportamento del nemico era quello ormai conosciuto, ma rimaneva il dubbio sulla madre. Tuttavia questa iniziò a barcollare. Sembrò che le sue zampe d’improvviso fossero diventate troppo gracili per sostenere tutto il peso del corpo. Iniziò quindi a cedere e si ritrovò presto inginocchiata e poi completamente immobile, ma ancora viva.
La rabbia che gli uomini nutrivano per questi esseri fu scaricata come i loro caricatori sulla madre e allo stesso modo il Mabaris si sfogò.
Joy prese il suo coltello e con un taglio netto squarciò una parte della bolla e fece uscire gran parte del suo contenuto.
“Spero che quelle anime possano trovare finalmente la pace”.

L’esultanza sui volti dei cinque si fece piuttosto visibile. L’operazione aveva avuto successo, così come le nuove armi. Ora non rimaneva che andare al bunker e portare l’equipaggiamento, oltre che le buone notizie.

Si rifocillarono qualche secondo con un po’ d’acqua che in quell’occasione sembrava dello champagne, poi ripresero i loro zaini e le armi.

Joy sfilò la sfera dalla sua uniforme e sotto gli occhi sbigottiti dei suoi compagni la porse al Mabaris.
Questo accettò e sembrò volerlo ringraziare, ma sta volta non si trattenne con loro. Si allontanò infatti, pieno di rabbia e di speranza.

Anche se nessuno gli chiese nulla, poiché ormai si fidavano delle sue scelte, era evidente che i tre aspettavano una risposta ad una non ben precisata domanda.
“Mi è sembrato il minimo, no?” disse Joy “E poi pensateci, forse libererà altri della sua razza, questi poi potrebbero creare altre sfere e fare altrettanto anche con altre razze. É meglio se non siamo solo noi umani e Wimol a combatterli, ma anche tutti quelli che sono stati oppressi per troppo tempo”.
Jackson gli sorrise e poggiandogli la mano sulla spalla più lontana, se lo avvicinò al petto come un abbraccio dato da un genitore poi insieme agli altri si avviarono in direzione del bunker.
Poi mentre la piccola squadra si allontanava dal cumulo dei nemici uccisi, il giovane si rivolse ai compagni: “In fin dei conti oggi non è stata una giornataccia. No?”.

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Con questa settima parte si conclude il racconto e, se l’avete letto, spero vi sia piaciuto.

A breve verrà messo in vendita su lulu.com ma non prima di essere sistemato a dovere. Infatti sono già a lavoro sulla correzione. Oltre agli evidenti errori grammaticali e stilistici che si possono trovare (e che sono stati tolti) ci saranno delle modifiche sulla storia con parti tolte ed altri aggiunte.

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